Contact:
Penzo + Fiore
  • Last exhibitions
  • Selected works
    • Artworks >
      • 2023
      • 2021
      • 2019/2020
      • 2017/2018
      • 2016
      • 2014/2015
      • 2009/2013
    • Diary study
    • Performances
    • Relational Practice
  • Books | Articles
  • P.L.U.T.O.
  • About
  • Contact
  • Nuova pagina

P.L.U.T.O. 19-07-2025

RESTARE INTERI - UN'ARTE CHE CAMMINA CON LA VITA

di Penzo+Fiore

Foto
Nel mondo dell’arte contemporanea, il verbo viaggiare è diventato un imperativo morale. Residenze, open call, mostre temporanee, co-produzioni, talk itineranti. Tutto ruota attorno a una mobilità continua, presentata come orizzonte naturale della pratica artistica. Ma sotto questa narrazione fluida e cosmopolita si cela un dispositivo preciso, e spesso violento: la mobilità forzata.
Non è la prima volta che usiamo questo termine. Il nomadismo, in arte, non è più una possibilità: è una condizione obbligata per chi vuole “restare nel giro”. Spostarsi è sinonimo di essere vivi, attivi, legittimati. Restare fermi, al contrario, significa scomparire.
La retorica dell’artista in transito, agile, adattabile, performante, è diventata un’icona potente del nostro tempo. Ma dietro questa immagine si nasconde una macchina selettiva. Chi ha una famiglia, chi cresce figli, chi assiste un genitore, chi vive una disabilità, chi semplicemente non ha i mezzi per spostarsi continuamente, viene silenziosamente escluso dal campo visivo e operativo dell’arte contemporanea.
Non c’è scritto in nessun bando: “devono essere single, autonomi, senza legami, senza limiti.” Eppure è questa la figura implicita a cui il sistema si rivolge, a cui i calendari si adattano, a cui i budget si conformano. Il tempo dell’arte viene pensato per corpi leggeri, che non chiedono pause, che non dipendono da nessuno e da cui nessuno dipende.
Chi si prende cura, o ha bisogno di cura, viene percepito come un’anomalia logistica.
Un intralcio alla fluidità produttiva. Eppure, è proprio in questi corpi non performanti che si custodisce un’altra idea di tempo, di presenza, di relazione. Un’idea che per noi è concreta, quotidiana, fatta di convivenza tra linguaggi e bisogni diversi. Fatta di lentezze, aggiustamenti, mediazioni.
Anche la famiglia, quando non è esibita come cornice decorativa ma vissuta come condizione reale, si colloca fuori asse rispetto alla norma. È un corpo fragile ma resistente. Non funziona con le agende flessibili, non si sposta in poche ore, non dimentica il sonno, la scuola, la cena. Non produce eccedenze simboliche, chiede solo di esserci, intera, così com’è.
Nel mondo dell’arte, una famiglia non capitalizzabile, non strategica, non rappresentativa, diventa qualcosa che il sistema non sa dove collocare. Non può essere lasciata indietro, ma non può nemmeno essere portata con sé senza incrinare il mito dell’artista come soggetto totalmente disponibile. E allora, non è un caso se molti artisti, curatori, giornalisti culturali scelgono di non presenziare con i propri figli, o più semplicemente con i propri compagni e compagne, alla vita pubblica dell’arte.
Perché il lavoro artistico è ancora percepito come totalizzante, vocazionale, incompatibile con la fatica, la stanchezza, la cura.
La presenza familiare, in questo contesto, è un gesto disallineato. Mostrare la vulnerabilità quotidiana significa rifiutare la prestazione continua. Espone al giudizio, all’incomprensione, alla marginalità.
Per questo, da anni, la nostra scelta di presenziare a mostre, inaugurazioni, incontri, talk, fiere con nostro figlio Cosmo e, talvolta, con altri membri della nostra famiglia, è un gesto politico. Non per dimostrare qualcosa, ma per stare dentro le cose con onestà. Non chiediamo tolleranza. Rivendichiamo spazio.
Vogliamo che la vita che abita le opere sia la stessa che le accompagna nei contesti pubblici. Che l’arte non sia agita solo da ciò che è agile, performante, convenzionale.
Ma che possa includere anche ciò che è fragile, affettivo, relazionale, intermittente. “Siete bianchi, eterosessuali, e siete una famiglia. Non è facile per voi posizionarvi nel mondo dell’arte.” Questa affermazione ci è stata fatta durante una Biennale di Venezia, qualche anno fa, da un curatore e amico. In quella frase, senza ironia o disprezzo, c’era una consapevolezza lucida: il sistema dell’arte sa includere i margini solo se servono a dimostrare qualcosa, ma rigetta con sospetto tutto il resto. 
Noi continuiamo a esserci, con tutto il nostro carico umano, affettivo, faticoso.
Perché la vera radicalità, oggi, è restare interi, anche quando il sistema ti chiede di lasciare indietro i pezzi. È da questo margine che scegliamo di parlare. Non per restare fermi, ma per dare forma a un’arte che non abbia paura di portarsi dietro la vita.


Nella foto: Penzo + Fiore, EPICA, 2021, foto di Ilaria Salvagno, allestimento verticale di Vertical Waves Project.
​Con la collaborazione di C32 performingartworkspace. Courtesy artisti e marina bastianello gallery
Powered by Create your own unique website with customizable templates.