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P.L.U.T.O. 09-08-2025

OGNI TEMPO HA IL SUO FASCISMO

di Penzo+Fiore

FotoAdalberto Abbate, Processo Educativo Evolutivo, 2003
Nel 2003 Adalberto Abbate realizzò una serie di opere intitolate Erziehungs‑Entwicklungsprozess. Le svastiche dominavano il banale quotidiano, diventando biscotti da tè, spille su divise di infermieri pediatrici, stemmi su maglie di una squadra di calcetto di quartiere. Un’estetica dell’assurdo, carica e domestica insieme. Un gesto che mise a disagio molti: fu censurato a Palermo durante Il Genio di Palermo del 2003, ed esposto solo più tardi, nel 2004, a Milano, nel progetto Ex Aula Bunker di Alessandro Riva al FlashArtShow. Ma non era una provocazione gratuita, e nemmeno una satira. Era un lavoro chirurgico, corrosivo, che mostrava come anche il male possa diventare pattern, consumo, linguaggio. Come la memoria possa finire su un piatto da dessert.
Abbate non lavora per scandalizzare, ma per togliere strati. Prende l’icona e la svuota. Smonta la storia fino a farla tornare forma nuda, nervo scoperto. Ci mette davanti all’evidenza che non c’è orrore che non possa manifestarsi nuovamente se la memoria non viene custodita con coscienza e coraggio. E che non c’è parola più temuta di quella che dice il vero. Oggi quella parola è genocidio.
Una parola giuridica, non poetica. Definita nel 1948 dalla Convenzione delle Nazioni Unite. Non richiede un campo di sterminio, né l’annientamento totale: basta l’intenzione, accompagnata da atti concreti, per distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Eppure, pronunciarla nel contesto di Gaza è diventato un tabù. Un gesto che non si può più compiere senza subire accuse, ostracismo, censura. Non importa cosa dicono i rapporti ONU, non importa che la Corte Internazionale di Giustizia abbia riconosciuto la plausibilità dell’accusa. In Italia, in Europa, nel mondo dell’arte, la parola genocidio è diventata impronunciabile. Come se nominarla fosse più pericoloso che assistere al suo compiersi.
C’è una parola ancora più blindata, però. Una che detta legge senza mai essere detta davvero. Olocausto. Termine carico, teologico, che nel tempo è diventato un assoluto morale. Un evento irripetibile, sacro, protetto. Ma ogni sacralizzazione è anche una chiusura. E quando un evento diventa sacro, smette di essere analizzabile. Così la Shoah, da monito universale, si è trasformata in recinto. In codice d’accesso. In proprietà. Chiunque tenti oggi di usare il termine genocidio per descrivere Gaza viene accusato di antisemitismo, di negazionismo, di violenza. Ma è proprio in quel rifiuto del confronto che si consuma il tradimento della memoria. Non c’è nulla di più ingiusto che usare l’ingiustizia subita per legittimare un’altra ingiustizia. E la memoria, se diventa rendita, smette di essere giustizia: diventa privilegio.
Parlare del passato, capire come siano state possibili tutte le forme di sopraffazione su popoli innocenti, è sacrosanto. Ma continuare a parlare solo del passato quel passato non lo può modificare. Urlare a gran voce nel presente, forse, può ancora salvare qualche vita. E se la solitudine degli ebrei in epoca nazista rendeva ancora più insopportabile quel disumano dolore, oggi, pur restando impotenti davanti a tanto orrore, sono moltissimi gli attivisti e le persone comuni che stanno cercando di fare pressione sui governi, per lasciare almeno moralmente meno soli coloro che stanno morendo ingiustamente. Perché nessuna morte può essere giustificata.
Liliana Segre qualche giorno fa ha dichiarato che a Gaza non ricorrono i caratteri tipici del genocidio. Che la parola è troppo carica d’odio. Parla da testimone, da sopravvissuta, da figura di riferimento. Ma anche le parole dei giusti possono essere usate come alibi. E quando una figura diventa intoccabile, diventa anche pericolosa: non perché sia cinica, ma perché non può più essere contraddetta. E senza contraddizione, ogni parola si svuota.
Lo sapeva Primo Levi. Lo scriveva: ogni tempo ha il suo fascismo. Lo ripete Judith Butler, che da filosofa ebrea e femminista ha subito censure proprio per aver detto che la memoria della Shoah non può giustificare l’oppressione. Lo ha detto David Grossman, dopo l’attacco a Gaza del 2023: stiamo sprofondando in un abisso morale. Lo scrive ogni giorno Amira Hass, giornalista israeliana nei territori occupati: Israele non sta combattendo Hamas. Sta combattendo i palestinesi.
Anche noi, in questi mesi, ci siamo chiesti cosa si possa dire. Quale forma, quale parola, quale gesto. E allora ci è tornato in mente un ricordo. Un pranzo organizzato nel nostro studio, anni fa. C’erano con noi un amico ebreo, un amico vegano, un’amica con intolleranze alimentari. Avevamo preparato un menù che potesse rispettare ognuno. Perché ci interessa il rispetto. Perché la differenza ci stimola, non ci spaventa.
Abbiamo pensato molto, da allora, al valore di quel gesto. Alla possibilità di cucinare per tutti, senza chiedere a nessuno di essere uguale. Lo stesso sguardo lo portiamo oggi sulla Palestina. Con la stessa attenzione. Con la stessa fame di verità. Quando da studenti ascoltavamo parlare della Shoah, ci sembrava un buco nero unico nella storia. Ma un professore ci disse: se accettate che quel male sia irripetibile, lo rivedrete accadere ancora e ancora.
Ecco il punto. Non per oltraggio, ma per fedeltà, oggi diciamo genocidio. Non contro un popolo. Non contro una religione. Ma contro l’idea che la memoria serva a coprire l’ingiustizia. Chi oggi resiste, testimonia, porta cibo, denuncia, lo fa nel nome della vita. Chi tace per rispetto, spesso lo fa per calcolo. E chi ha paura delle parole, ha già smesso di credere nel linguaggio.
Il mondo dell’arte, intanto, tace. Le istituzioni culturali evitano. I musei non rilasciano dichiarazioni. Gli artisti che parlano vengono sospesi, rimossi, dimenticati. Emily Jacir, Forensic Architecture, Samia Halaby: voci ai margini. Come se parlare di Palestina non fosse un diritto, ma un rischio professionale. Come se l’arte potesse ancora permettersi la neutralità.
Ma l’arte che tace è già compromessa. L’arte che estetizza il dolore, che trasforma la guerra in linguaggio curato, che traduce l’oppressione in discorso accademico, è parte del dispositivo che la legittima. Non ci serve più un’estetica del dolore. Ci serve una lingua che esponga, una lingua che ferisca. Una lingua che non protegga.
Esporre una bandiera palestinese non è un gesto ideologico. È un gesto umano. Come cucinare per chi mangia kosher evitando ciò che ha squame dure. Come ascoltare senza paura. È un modo per dire che non vogliamo più tacere.
Dare un nome, oggi, è un atto morale. Non salverà nessuno. Ma tacere, questo sì, può uccidere.
Per questo lo diciamo: genocidio è la parola giusta. Il tempo sbagliato è il nostro silenzio.

IL FATTO QUOTIDIANO CARTACEO
LUNEDì 11 AGOSTO 2025 - ANNO 17 - n° 220
Foto
NOTA A MARGINE

Dialogo con Marco Travaglio sull'opportunità di pubblicare l'articolo su Il Fatto Quotidiano. Il Direttore ci chiede di specificare meglio il nostro pensiero, e quella di seguito è la risposta che diamo, di cui riportiamo qui il testo in forma integrale. La sintesi pubblicata sul cartaceo riportata sopra è il risultato di questo scambio. 

Gentile Direttore,
intanto la ringraziamo per la sua risposta. Accogliamo volentieri la possibilità di precisare il senso del nostro intervento, che nasce da una riflessione interna al mondo dell’arte, ma tocca inevitabilmente temi civili e politici, oggi più che mai urgenti.
Nel nostro testo, non mettiamo in discussione l’uso della parola “genocidio”. Al contrario, ci interroghiamo sul perché, in determinati contesti culturali e istituzionali, sembri diventato così difficile pronunciarla con chiarezza. È stata Liliana Segre, non noi, a dichiarare che questa parola è “troppo carica d’odio e viene usata per vendetta”, per questo non si dovrebbe utilizzare in riferimento a Gaza. Un’affermazione forte, autorevole, ma anche discutibile. Riteniamo che anche le parole dei giusti possano e debbano essere interrogate, se il contesto lo impone. Nonostante la grande stima, non troviamo pericoloso alzare i toni per far accendere ancora più riflettori su Gaza, crediamo al contrario che sia un meccanismo naturale urlare sempre più forte quando ci si rende conto di non essere ascoltati. 
“Genocidio” è comunque un termine tecnico, giuridico. Non richiede un campo di sterminio, né l’annientamento totale. Richiede l’intenzione – e atti concreti – di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Questo è il linguaggio del diritto internazionale, non quello dell’ideologia.
Il nostro è un tentativo di chiamare le cose per nome, laddove l’ambiguità semantica rischia di tradursi in complicità. E purtroppo, è proprio nel mondo dell’arte che oggi si assiste al silenzio più assordante: le istituzioni culturali tacciono, i musei evitano prese di posizione, gli artisti che si espongono rischiano di essere messi ai margini.
Nel frattempo, alcune delle figure più visibili del nostro sistema artistico e culturale trovano tempo e forza per manifestare contro l’aumento dell’IVA sulle opere d’arte, ma non per esprimere alcuna parola sulla devastazione in corso a Gaza. È su questa sproporzione che si fonda il nostro testo. Sull’idea che l’etica dell’arte non possa ridursi a un’estetica del silenzio.
Il richiamo a Primo Levi – “ogni tempo ha il suo fascismo” – non è un’analogia storica, ma una lettura dei meccanismi contemporanei della sopraffazione. Levi stesso ci ha insegnato che l’orrore non si ripete mai allo stesso modo, ma si manifesta ogni volta che rinunciamo a riconoscerlo. La scelta del lavoro dell'artista palermitano Adalberto Abbate come immagine da associare all'articolo è un ulteriore livello di riverbero di questa idea: dal momento che le immagini della devastazione della striscia, dei bambini dilaniati, della cruda fotografia della realtà sembra non bastare più, come artisti tentiamo di lavorare sul piano simbolico, e lo facciamo con un lavoro fortemente eloquente, anche se può apparire provocatorio. 
Conosciamo la sua posizione in merito a questo tema, e ne rispettiamo la coerenza. Ma proprio per questo, e proprio per il valore che attribuiamo al pluralismo di voci che Il Fatto Quotidiano ha spesso dimostrato di saper ospitare, ci piacerebbe che anche la nostra potesse trovare spazio nel suo giornale.
Con stima,
Penzo+Fiore  

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