P.L.U.T.O. 19-08-2025
IL PREZZO DELLA PRESENZA. COSA SUCCEDE QUANDO L'ARTE ARRIVA DAVVERO
di Penzo+Fiore
È diventato di moda “fare cultura nei territori”. I bandi lo premiano, le amministrazioni lo annunciano, le istituzioni lo corteggiano. Ma troppo spesso questa cultura coincide con una forma di intrattenimento leggero, rassicurante, partecipativo fino alla retorica. L’arte, in questo schema, è chiamata a rendere digeribili le contraddizioni, a decorare spazi degradati, a offrire una parvenza di apertura. È la versione aggiornata della filodiffusione nei centri commerciali, ovvero non disturba, non provoca, non fa pensare.
Chi propone progetti artistici più articolati, chi difende il diritto all’ambiguità, alla complessità, all’errore, viene spesso percepito come problematico. L’artista che non semplifica è un artista che “non funziona”. Il curatore che non addolcisce il linguaggio è un ostacolo al dialogo. Il pensiero critico viene scambiato per snobismo. Si pretende che l’arte si adatti al territorio, ma mai il contrario. Eppure, in questa continua richiesta di adattamento, l’arte perde la sua forza trasformativa. Diventa un prodotto tra gli altri. Piacevole, decorativo, innocuo.
La relazione tra arte contemporanea e contesto rurale è uno dei terreni più ambigui e più decisivi di questo processo. Il territorio vuole “fare cultura” ma spesso non vuole pagare il prezzo di una vera presenza artistica: l’incomprensione, la lentezza, la messa in discussione delle gerarchie locali, la critica al linguaggio del consenso. In molti borghi, anche quelli apparentemente più aperti, lo spazio pubblico è considerato proprietà della comunità storica, della parrocchia, della Pro Loco, delle associazioni locali. L’artista che arriva da fuori è un intruso, a meno che non reciti bene il copione del bravo ospite, educato, grato, sorridente. Se si sottrae, viene percepito come arrogante. Se prende parola, come invadente. Se produce dissenso, come pericoloso.
Il paradosso è che, nonostante queste resistenze, nessun altro soggetto è oggi in grado di fare per un territorio quello che può fare l’arte contemporanea. L’arte non organizza eventi, costruisce sguardi. Non produce folklore, ma forme di senso. Non celebra l’identità, ma la interroga. E, soprattutto, non intrattiene, ma mette in crisi. Un progetto artistico serio può trasformare radicalmente la percezione di un luogo. Può far emergere ciò che è stato rimosso, riconnettere il presente a un passato non pacificato, aprire il campo a nuove narrazioni collettive. Ma per farlo, deve essere libero. E per essere libero, deve essere difeso.
Troppo spesso, invece, l’arte è chiamata a farsi utile. A diventare “motore di sviluppo”, “leva turistica”, “strumento di coesione sociale”. E se non produce risultati misurabili, viene messa da parte. Gli artisti vengono invitati, ma non pagati. Ospitati, ma non ascoltati. Coinvolti, ma non riconosciuti. È una relazione sbilanciata, in cui il territorio prende molto più di quanto restituisca. Prende visibilità, prende valore simbolico, prende reti. Ma non è disposto a mettere in discussione nulla di sé. Non si espone, non rischia, non cambia.
In questa dinamica, la figura dell’artista viene spesso ridotta a operatore culturale a basso costo, chiamato a colmare vuoti di progettazione pubblica o a riempire l’estate di contenuti soft. Si finge di accoglierlo, ma lo si neutralizza. Si usa il suo lavoro per legittimare bandi, per comunicare apertura, per aggiornare il linguaggio istituzionale. Ma raramente si crea uno spazio reale in cui la sua presenza possa generare trasformazione.
Eppure, i territori marginali (proprio quelli che più faticano a riconoscere l’arte) sono anche quelli che possono offrire all’arte qualcosa di prezioso. Un tempo non produttivo, non accelerato. Una possibilità di pensare al di fuori del ciclo dell’evento. Uno spazio di relazione dove lo sguardo non è addestrato, e quindi più capace di reagire davvero.
L’artista, in questi luoghi, può rallentare, può ascoltare, può fallire. Può uscire dal ruolo performativo che il sistema dell’arte gli impone, e diventare qualcosa di diverso, un soggetto in ascolto, un attivatore di fratture, un testimone dell’irrisolto. Si tratta di una relazione fondata sull’asimmetria, ma anche su una tensione reale, non mistificata. Un’arte che rinuncia al suo potere critico per essere accolta è un’arte addomesticata. E un territorio che accoglie solo ciò che conferma la sua identità è un territorio destinato a non trasformarsi.
In fondo, già vent’anni fa Nicolas Bourriaud scriveva che la forma di un’opera si costruisce a partire dalla relazione con l’altro. Ma, potremmo aggiungere oggi, quella relazione esiste solo se l’altro è riconosciuto nella sua distanza, non addomesticato a forza nella trama rassicurante della partecipazione. La relazione vera implica resistenza, attrito, incomprensione. E se questa incomprensione è accolta, può diventare linguaggio.
Se abbiamo capito cosa può fare l’arte contemporanea a un territorio, è tempo di porre la domanda inversa, e forse più radicale: cosa può fare un territorio per l’arte contemporanea?
Chi propone progetti artistici più articolati, chi difende il diritto all’ambiguità, alla complessità, all’errore, viene spesso percepito come problematico. L’artista che non semplifica è un artista che “non funziona”. Il curatore che non addolcisce il linguaggio è un ostacolo al dialogo. Il pensiero critico viene scambiato per snobismo. Si pretende che l’arte si adatti al territorio, ma mai il contrario. Eppure, in questa continua richiesta di adattamento, l’arte perde la sua forza trasformativa. Diventa un prodotto tra gli altri. Piacevole, decorativo, innocuo.
La relazione tra arte contemporanea e contesto rurale è uno dei terreni più ambigui e più decisivi di questo processo. Il territorio vuole “fare cultura” ma spesso non vuole pagare il prezzo di una vera presenza artistica: l’incomprensione, la lentezza, la messa in discussione delle gerarchie locali, la critica al linguaggio del consenso. In molti borghi, anche quelli apparentemente più aperti, lo spazio pubblico è considerato proprietà della comunità storica, della parrocchia, della Pro Loco, delle associazioni locali. L’artista che arriva da fuori è un intruso, a meno che non reciti bene il copione del bravo ospite, educato, grato, sorridente. Se si sottrae, viene percepito come arrogante. Se prende parola, come invadente. Se produce dissenso, come pericoloso.
Il paradosso è che, nonostante queste resistenze, nessun altro soggetto è oggi in grado di fare per un territorio quello che può fare l’arte contemporanea. L’arte non organizza eventi, costruisce sguardi. Non produce folklore, ma forme di senso. Non celebra l’identità, ma la interroga. E, soprattutto, non intrattiene, ma mette in crisi. Un progetto artistico serio può trasformare radicalmente la percezione di un luogo. Può far emergere ciò che è stato rimosso, riconnettere il presente a un passato non pacificato, aprire il campo a nuove narrazioni collettive. Ma per farlo, deve essere libero. E per essere libero, deve essere difeso.
Troppo spesso, invece, l’arte è chiamata a farsi utile. A diventare “motore di sviluppo”, “leva turistica”, “strumento di coesione sociale”. E se non produce risultati misurabili, viene messa da parte. Gli artisti vengono invitati, ma non pagati. Ospitati, ma non ascoltati. Coinvolti, ma non riconosciuti. È una relazione sbilanciata, in cui il territorio prende molto più di quanto restituisca. Prende visibilità, prende valore simbolico, prende reti. Ma non è disposto a mettere in discussione nulla di sé. Non si espone, non rischia, non cambia.
In questa dinamica, la figura dell’artista viene spesso ridotta a operatore culturale a basso costo, chiamato a colmare vuoti di progettazione pubblica o a riempire l’estate di contenuti soft. Si finge di accoglierlo, ma lo si neutralizza. Si usa il suo lavoro per legittimare bandi, per comunicare apertura, per aggiornare il linguaggio istituzionale. Ma raramente si crea uno spazio reale in cui la sua presenza possa generare trasformazione.
Eppure, i territori marginali (proprio quelli che più faticano a riconoscere l’arte) sono anche quelli che possono offrire all’arte qualcosa di prezioso. Un tempo non produttivo, non accelerato. Una possibilità di pensare al di fuori del ciclo dell’evento. Uno spazio di relazione dove lo sguardo non è addestrato, e quindi più capace di reagire davvero.
L’artista, in questi luoghi, può rallentare, può ascoltare, può fallire. Può uscire dal ruolo performativo che il sistema dell’arte gli impone, e diventare qualcosa di diverso, un soggetto in ascolto, un attivatore di fratture, un testimone dell’irrisolto. Si tratta di una relazione fondata sull’asimmetria, ma anche su una tensione reale, non mistificata. Un’arte che rinuncia al suo potere critico per essere accolta è un’arte addomesticata. E un territorio che accoglie solo ciò che conferma la sua identità è un territorio destinato a non trasformarsi.
In fondo, già vent’anni fa Nicolas Bourriaud scriveva che la forma di un’opera si costruisce a partire dalla relazione con l’altro. Ma, potremmo aggiungere oggi, quella relazione esiste solo se l’altro è riconosciuto nella sua distanza, non addomesticato a forza nella trama rassicurante della partecipazione. La relazione vera implica resistenza, attrito, incomprensione. E se questa incomprensione è accolta, può diventare linguaggio.
Se abbiamo capito cosa può fare l’arte contemporanea a un territorio, è tempo di porre la domanda inversa, e forse più radicale: cosa può fare un territorio per l’arte contemporanea?
Nella foto: Penzo+Fiore, Diary Study, ongoing project, 2009-2025