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P.L.U.T.O. 09-09-2025


CHE COS'E' CONTEMPORANEO (OGGI)
PARAMETRI STORICI, NUOVI CRITERI E UN'EQUAZIONE DI LAVORO

di Penzo+Fiore

FotoBarbara Fragogna, Everyday Renaissance - after Metsys, 2014
Quando ti appresti a scrivere un articolo è perché c’è un’urgenza che bussa alla porta della testa. Nel nostro caso siamo in due: le teste si moltiplicano e ciò che esce deve essere percepito e accordato nella dialettica della coppia. Lì allora, evidentemente, si vive non con frustrazione ma con gratitudine l’intervento dell’altro, anche quando non è costruttivo in senso stretto: a volte il distruggere è un tassello necessario che porta verso una nuova creazione, una ricomposizione, una presa di coscienza. Operare nel mondo dell’arte contemporanea è una scelta che per alcuni resta incomprensibile: non bastano i puntelli di una preparazione tecnica, serve un’apertura che consenta di stare dentro un campo dove spesso si ricomincia da zero. Quell’aggettivo, “contemporanea”, per gli addetti ai lavori è un gate che spalanca un varco ben al di là della periodizzazione. Ogni artista vivente, in teoria, potrebbe dirsi contemporaneo; eppure non è così. Molti anni fa Gianfranco Bettin, durante una conversazione avuta su un progetto finanziato dal suo assessorato, la chiamò “arte dell’oggi”: una formula semplice che ci fece capire che aveva capito. Il dibattito, in realtà, è sempre vivo: catalogare significa scegliere chi è dentro e chi è fuori. I “contemporanei” sono coloro che decidono di collocarsi in quel terreno scivoloso dove si usano linguaggi nuovi, o si riattraversano linguaggi tradizionali non per il solo fine di fare bene e bello, ma per sovvertire, risemantizzare, esplorare. Il paradosso è noto: l’opera d’arte contemporanea viene spesso compresa o dagli addetti ai lavori davvero interni al campo, o da un pubblico non specialistico ma sufficientemente curioso da lasciarsi sorprendere.
Per semplificare, si cercano ancoraggi storici: c’è chi fa iniziare l’arte contemporanea dopo il 1945; chi indica la fine dei Sessanta, con Pop Art, minimalismo e pratiche concettuali; chi preferisce i Settanta, quando davvero si consuma una cesura nei linguaggi dell’arte. Altri tagliano corto: contemporaneo è ciò che accade adesso, l’arte che parla nella lingua del nostro tempo. E tuttavia le date non bastano. Ogni volta che crediamo di averla definita, l’arte contemporanea sposta un po’ più in là il confine. “Being an artist now means to question the nature of art”, scriveva Joseph Kosuth nel 1969: essere artisti oggi significa interrogare la natura dell’arte, non abitarne una definizione comoda. La questione, insomma, non è solo estetica; è politica nel senso profondo del termine. Per dirla con Rancière, la partita si gioca sulla “distribuzione del sensibile”: ciò che in un’epoca è reso visibile e dicibile, e ciò che viene escluso da quel campo. Dentro questa griglia, il contemporaneo non è un’etichetta, ma un regime di attenzione, di accesso, di ascolto.
Da qui la necessità di altri parametri, pratici e situati. Un’opera è contemporanea quando genera relazione: non si limita a occupare uno spazio, ma lo apre, lo fa diventare incontro, dialogo, frizione. È contemporanea quando accetta la fragilità — non la debolezza, ma l’esposizione al rischio e all’incompiutezza — rifiutando la consolazione rapida. È contemporanea quando insiste nella presenza: non decora, disturba; non allestisce, abita; non illustra, prende posizione. Ed è contemporanea quando produce trasformazione: non soltanto innovazione di linguaggi, ma cambiamento di abitudini, sguardi, relazioni. L’opera che passa senza lasciare traccia è un episodio; quella che modifica, anche minimamente, il nostro modo di stare al mondo, è un’azione.
Esistono poi molti modi di essere artisti, e molte nicchie che chiedono feedback adeguati per diventare scene. La credibilità non è un plebiscito, e non si esaurisce in un bollino del mercato o di un’istituzione: nasce dalla qualità — e, fino a un certo punto, dalla densità — delle fonti di feedback che convergono su un lavoro. Conta chi parla, non quanti. Pari, curatori, critici, comunità competenti: soggetti singolari e autorevoli che, con valutazioni argomentate e specifiche, trasformano una pratica in una posizione riconoscibile. Dove la competenza del pubblico di riferimento è alta, la nicchia si fa sistema; dove i riscontri sono superficiali o meramente numerici, il talento non si converte in valore.
A fronte di tutto questo, possiamo permetterci un’equazione essenziale che tenga insieme le dimensioni minime dell’opera: opera = oggetto + concetto + processo. L’oggetto è la forma, la presenza materiale che dà corpo; il concetto è l’idea che abita l’opera e la spinge oltre la “cosa”; il processo è la trama di gesti, relazioni e condizioni che l’hanno generata. Se uno dei tre manca, non siamo più nel campo dell’arte contemporanea, ma in altri territori: prodotto, esercizio tecnico, decorazione. L’arte, invece, accade quando questi tre vettori si sorreggono a vicenda in un equilibrio instabile e vivo; e la costellazione dei feedback non “fa” l’opera, ma ne misura la tenuta nel tempo e nei contesti, selezionando ciò che regge allo sguardo competente.
Tutto questo non può prescindere dal contesto che lo contiene. Se opera = oggetto + concetto + processo, allora anche il contesto è un’equazione: spazio + tempo + responsabilità. La prima responsabilità è tacere, cioè creare condizioni d’ascolto. Delle restanti responsabilità parleremo più avanti, una per una, perché lì si gioca ciò che chiamiamo — senza scorciatoie — l’arte dell’oggi.

Foto
Barbara Fragogna, Everyday Renaissance - after Jan Van Eyck, 2014

Foto: courtesy of the artist
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